Come funzionano gli psicofarmaci?
Il cervello è una rete complessa di connessioni chimiche ed elettriche che regolano emozioni, pensieri e comportamenti. Alcuni neurotrasmettitori, come la serotonina, la dopamina e il GABA, svolgono un ruolo chiave nell’equilibrio emotivo. Quando questi segnali non funzionano come dovrebbero, possono emergere difficoltà come ansia, depressione, disturbi dell’umore o pensieri ossessivi. Gli psicofarmaci intervengono per correggere queste alterazioni, migliorando la comunicazione tra le cellule nervose e riportando l’equilibrio laddove manca.
Il nostro corpo produce naturalmente queste sostanze, ma in alcune persone la produzione è insufficiente, sbilanciata o inefficace. Immagina una persona con diabete: il suo organismo non produce abbastanza insulina o la utilizza male, causando un’alterazione del metabolismo degli zuccheri. Per questo assume insulina esterna, per riequilibrare ciò che il suo corpo non regola da solo. Lo stesso vale per il cervello: se una persona non produce abbastanza serotonina, la dissipa troppo in fretta o la usa in modo inefficace, può soffrire di depressione o ansia. Gli antidepressivi aiutano a mantenere livelli adeguati di questa sostanza nel cervello, proprio come l’insulina aiuta a regolare gli zuccheri nel sangue.
Gli psicofarmaci non aggiungono nulla di artificiale al cervello, ma regolano quello che già dovrebbe esserci. Alcuni stabilizzano l’umore riducendo l’eccesso o la carenza di dopamina e noradrenalina, altri riducono l’attivazione cerebrale per contrastare ansia e stress. Ogni farmaco agisce in modo mirato per compensare ciò che il cervello non riesce a gestire autonomamente.
Ogni persona è diversa, e lo stesso farmaco può avere effetti differenti a seconda del profilo neurochimico individuale. Per questo motivo, la scelta e il dosaggio devono essere personalizzati e monitorati attentamente da un medico.
Sfatiamo i miti sugli psicofarmaci
“Ti spengono”? No, ti aiutano a funzionare meglio.
Se un farmaco toglie energia o vitalità, significa che il dosaggio o il principio attivo non è adeguato e va rivalutato con il medico. Lo scopo non è annullare le emozioni, ma renderle più gestibili.
“Una volta iniziati, non si possono smettere”? No, la sospensione deve essere graduale e seguita da un professionista.
Gli psicofarmaci non creano dipendenza nel senso classico del termine, ma il cervello ha bisogno di tempo per riadattarsi. Per questo, la sospensione deve sempre avvenire sotto controllo medico.
“Curarsi con psicofarmaci è segno di debolezza”? Assolutamente no.
Curare il cervello non è diverso dal curare il cuore o il fegato. Se un farmaco serve a riequilibrare una funzione biologica, perché dovrebbe essere considerato diversamente dagli altri trattamenti medici?
E nei bambini?
Quando si parla di psicofarmaci nei bambini, emergono molte paure e pregiudizi. È comprensibile: nessun genitore vorrebbe somministrare farmaci al proprio figlio. Tuttavia, ci sono situazioni in cui il loro uso è necessario per garantire al bambino una vita più sana e serena.
Prima di tutto, il medico valuterà il contesto. Un bambino sottoposto a stress continui, senza supporti adeguati o con richieste eccessive rispetto alle sue capacità, può manifestare disagi non dovuti a un problema neurobiologico, ma ambientale. È fondamentale assicurarsi che riceva il giusto sostegno educativo, emotivo e familiare.
Se, nonostante tutto, il bambino continua a manifestare sofferenza intensa, impulsività ingestibile, ansia paralizzante o sintomi depressivi che compromettono la sua vita quotidiana, allora uno specialista può valutare se gli psicofarmaci possano diventare un supporto essenziale.
Non trattare questi problemi può portare a peggioramenti significativi: l’ansia cronica può diventare invalidante, la depressione può radicarsi e l’impulsività incontrollata può trasformarsi in comportamenti problematici. Nei bambini autistici, il disagio emotivo trascurato può tradursi in regressioni e difficoltà ancora più complesse.
Non si tratta di “dare una pillola per risolvere tutto”, ma di non lasciare che un bambino soffra inutilmente. Se un farmaco può migliorare la sua qualità della vita, negarlo per paura significa impedirgli di stare meglio, significa anche rischiare che un disagio diventi una patologia permanente e grave.
Affidarsi a uno specialista: il passo fondamentale
Gli psicofarmaci non vanno assunti senza un’attenta valutazione medica. Un bravo specialista analizza la situazione, monitora i progressi e, se necessario, modifica la terapia.
Fidarsi della scienza medica non significa accettare ogni prescrizione in modo passivo, ma riconoscere che chi ha studiato e ha esperienza nel settore ha gli strumenti per guidare le scelte in modo responsabile.
Psicofarmaci: metafore per capirli meglio
- Farmaci per la pressione: se il corpo non regola bene la pressione, un farmaco la stabilizza.
- Insulina: se il corpo non produce una sostanza essenziale, un farmaco la fornisce.
- Stampelle: se hai una gamba rotta, ti aiutano a camminare finché guarisci.
- Occhiali: non cambiano chi sei, ti aiutano a vedere meglio.
Prendere uno psicofarmaco non è segno di debolezza. È un atto di cura verso sé stessi e gli altri.
Come associazione, Asperger Abruzzo è costantemente impegnata a indirizzare le famiglie verso i professionisti della salute mentale, contribuendo ad abbattere il tabù che ancora circonda questo tema.
Marie Helene Benedetti
Presidente dell’Associazione Asperger Abruzzo
Fonti e approfondimenti:
Wikipedia – Istituto Superiore della Sanità – Istituto Superiore della Sanità – Istituto Superiore della Sanità –